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Business criminale sulla pelle dei migranti

Business criminale sulla pelle dei migranti

Ennesimo atto di delinquenza nei giorni scorsi in Italia. A Pisa, nel tardo pomeriggio di giovedì, un gruppo di tunisini ha tentato un furto in un negozio. Lo scenario che si è presentato è stato differente da quello che ultimamente viene descritto dalle cronache. Un ragazzo senegalese, Ismael è il suo nome, ha sventato l’azione dei tunisini salvaguardando anche le commesse del negozio. “Bisogna far rispettare la legge, opponendoci a chi delinque. Non sono loro a comandare in questo Paese. Gli italiani devono reagire e difendersi altrimenti sarà la fine”. Questa la dichiarazione rilasciata al quotidiano La Nazione del coraggioso senegalese.

Purtroppo l’immigrazione irregolare, i falsi rifugiati gettano discredito su tutti gli immigrati, anche su quelli che già hanno tanto faticato per integrarsi. L’esempio di Ismael, dovrebbe farci capire che l’azione di contrasto oltre ad essere attuata verso i criminali deve evitare di prendere una piega razzista, ma essere di netto contrasto allo sfruttamento e a chi di quei migranti ne progetta un business criminale. Secondo i dati riportati da un ricercatore dell’Istituto di criminologia dell’Università di Cambridge, pubblicati sullo “European Journal of Criminology”, la rete di trafficanti di esseri umani non opera come una singola organizzazione, ma in attività segmentate attuate da più clan a gestione familiare. Dai dati raccolti in 18 mesi dai Ministeri italiani, nel famoso naufragio di Lampedusa dove persero la vita 368 persone migranti, il ricercatore dimostra come 292 trafficanti, dove il 95% operanti lungo la rotta principale che va dal Corno d’Africa all’Europa, utilizzavano come tappa di viaggio e base di appoggio Libia e Italia per poi successivamente “deportare” la merce umana negli Stati del Nord Europa. Nuovamente quindi si evidenzia che l’immigrazione è un grande volano per lo sviluppo delle altre tratte. Infatti dai dati emerge che in questo traffico sono inclusi i “trafficanti del deserto” che rapiscono per poi percepire un riscatto, l’enorme business delle tangenti percepite dai miliziani di Tripoli per lasciare fuori i migranti dai centri di detenzione e il traffico delle schiave sessuali. Le figure operanti in questi clan della tratta sono ben specializzate, ognuno ha un compito ben preciso. C’è chi fornisce servizi di contrabbando, chi rapisce, chi controlla il territorio e fornisce protezione.

Un business che si sviluppa proprio da una domanda esponenziale, ed è proprio questa domanda che dovrebbe essere attaccata per cercare di estirpare questa piaga. Invece di operazioni navali, come emerge anche dalla ricerca, potrebbe essere più proficuo sviluppare politiche sulla terraferma per attuare seri programmi di contrasto a questo orrendo commercio dell’essere umano. Anche per questo può servire un’importante implementazione delle politiche di cooperazione internazionale. Spendiamo milioni di euro che inconsapevolmente (almeno spero) mantengono in piedi questo sfruttamento, quando magari l’investimento potrebbe essere meglio indirizzato.

 

di: Emmanuele Di Leo – In Terris

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